Romeo-san e Giulietta-chan : un amore segreto tra i grattacieli di Osaka

Non essere liberi di amare è una di quelle condizioni che possono portare, schiacciati dalla frustrazione, a non trovare più significato in nulla; nemmeno nell’esistenza stessa.
Giunge talvolta voce di qualche anima in pena che si toglie la vita perchè non ha più senso se non può stare con chi ama, sentendo la mancanza di quel completamento rappresentato unicamente dall’altra persona. È una condizione umana che non ha tempo.

Romeo e Giulietta giapponesi

Conosciamo tutti la tragedia di Shakespeare ambientata a Verona, in cui Romeo e Giulietta appartengono a due casate fra loro rivali e sono pertanto incapaci di portare a sublimazione un amore utopico, ed in cui alla fine i protagonisti arrivano tragicamente a suicidarsi, l’uno per l’altra…
Ebbene, anche il Giappone possiede il suo irrealizzabile amore segreto, di cui, di generazione in generazione, si narra da oltre tre secoli.

Nella loro lingua esiste un termine preciso, Shinju, con cui si indica un  suicidio multiplo di persone aventi legami affettivi; inteso sia in senso classico fra amanti, sia parentale.
Ci siamo recati ad Osaka, presso il piccolo tempio shintoista Tsuyu no Tenjinja per rivivere la storia di Ohatsu, una prostituta, e Tokubei, un orfano, che lavorava come commesso di un negozio di salsa di soya.

Ohatsu e Tokubei amanti suicidi Osaka una storia simile a Romeo e Giulietta
Osaka Tempio Tsuyu no Tenjinja

Ohatsu e Tokubei

Poichè Tokubei aveva sempre lavorato sodo, lo zio, che era anche il suo datore di lavoro, gli propose di sposare una nipote della moglie, e diventare socio della sua attività.
Il ragazzo, (che in segreto amava Ohatsu), rifiutò educatamente.
Lo zio rimase tutt’altro che dissuaso, e ad insaputa di Tokubei, ne incontrò la matrigna, che entusiasta accettò il sodalizio matrimoniale fra i due giovani, e soprattutto il denaro in dote per la cerimonia.
In seguito alle più insistenti pressioni dello zio, il nipote prese comprensibilmente a rispondere con maggiore fermezza. Questo mandò lo zio su tutte le furie; tanto che lo licenziò e pretese indietro entro una settimana il proprio denaro, minacciando di farlo altrimenti esiliare da Osaka.

Tokubei però, con una ingenuità d’altri tempi, si era lasciato intenerire dalle difficoltà economiche di Kuheiji, un amico di vecchia data, a cui aveva accettato di prestare l’ammontare equivalente alla dote.
Quando tre giorni dopo, come fra loro pattuito, tornò a riscuotere il prestito, così da poterlo poi rendere allo zio, Kuheiji negò tutto. Ebbe l’ardire di farlo persino di fronte all’annotazione scritta di promessa di restituzione che gli aveva firmato; bollandola come fasulla e anzi accusando addirittura Tokubei di estorsione!
Questi, comprendendo il raggiro lo attaccò, ma finì picchiato malamente dall’ex-amico.

La beffa

Ferito e sconsolato, (o per meglio dire… mazziato ma non ancora cornuto), si diresse sul posto di lavoro dell’amata Ohatsu, ovvero alla Temma House. Fece a malapena in tempo ad accennarle che l’unica opzione rimastagli era il suicidio, che subito udirono dall’esterno la voce alta di Kuheiji mentre si stava vantando di come avesse difeso il denaro dal presunto tentativo di estorsione di Tokubei.
Fulminea, Ohatsu aiutò il giovane amato a nascondersi in un incavo sotto al pavimento prima che Kuheiji entrasse, presumibilmente a spendersi lì, parte del maltolto…
Una volta in compagnia della ragazza, il malandrino, che come chiunque altro era all’oscuro della relazione che Ohatsu e Tokubei stavano conducendo di nascosto, si compiacque di come, con tutta quella ricchezza, da quel momento in poi lei sarebbe potuta essere continuativamente sua, e di come al contempo Tokubei, sarebbe stato esiliato da Osaka.
Ma lei, scossa, lo accusò di essere un bugiardo, difendendo l’innocenza di Tokubei, e lo mandò via in malo modo.

Furono questi gli estremi che portarono i due disperati giovani, lui 25 anni e lei 19, squattrinati e destinati ad un futuro disonorevolmente inaccettabile,  al tempio shintoista, allora chiamato Sonezaki.
Avevano scelto di compiere l’estremo gesto proprio lì; presso un inusuale albero dal cui tronco principale se ne diramano due, uno di pino e uno di palma, (che attualmente non c’è più).
La notte del 7 aprile 1703, Tokubei legò Ohatsu a quell’albero.
I primi tentativi di colpirla con la lama furono maldestramente inefficaci; il cieco istinto, probabilmente riusciva a prevalere nel sabotaggio di un atto che di lucido non aveva nulla… Finquando si accorse, che con un colpo, l’aveva ferita alla gola.
Vedendola morire, recise fatalmente anche la propria, e morì insieme a lei, nella speranza di riunircisi in cielo.

Ohatsu e Tokubei Ohatsu tenjin tsuyunoten shrine
statua di Ohatsu e Tokubei

Ohatsu Tenjin

Il tempio oggi è meglio conosciuto con il soprannome derivato da questa storia, ovvero Ohatsu Tenjin. Le coppie lo visitano come auspicio per il proprio rapporto; noi abbiamo acquistato una tavoletta votiva (ema) in legno a forma di cuore con raffigurati i due sfortunati protagonisti.
È un tempio piccolo, racchiuso tra palazzi enormi; sorprende la quiete che c’è nonostante si tratti di un’area piuttosto trafficata, in piena metropoli.

Sulla vicenda sono state realizzate diverse rappresentazioni letterarie e teatrali.
Proprio in quel periodo ed in quella zona, stava nascendo una delle quattro forme di teatro classico giapponese. Oltre al kabuki, il noh e il kyogen, stava prendendo infatti piede il bunraku (cioè il teatro dei burattini), in crescente diffusione anche grazie all’esibizione di questa tragedia, (già a partire dal mese successivo!).
Gli shogunati dell’epoca però, ad un certo punto vietarono la messa in scena dell’accaduto, emblematica raffigurazione dei conflitti tra le severe restrizioni degli obblighi sociali e le emozioni umane, perchè colpiva talmente tanto il pubblico da portare ad un aumento di suicidi sentimentali. Al giorno d’oggi lo definiremmo “rischio emulazione”.

Angeli

Delle varie versioni c’è comunque una interpretazione in particolare che ci colpisce per quanto proponga drasticamente una chiave completamente diversa.
Nel folklore nipponico, spiriti così giovani, strappati troppo presto e così violentemente alla vita, nella sofferenza, nella vergogna, senza possibilità di giustizia nè di vendetta, avrebbero tutte le carte in regola per divenire degli yurei, e rimanere in qualche modo incastrati (ed incaxxati) nel nostro piano.
Invece il teatro noh, non nuovo a ritrarre giovani cortigiane come “salvatrici” delle anime dei propri amanti, propone in questa narrazione una lettura piuttosto spirituale: Ohatsu viene infatti vista come una sorta di boddhisatva, uno spirito guida, che accompagna Tokubei nel suo percorso per l’aldilà, auspicabilmente fino alla rinascita successiva.
Nella nostra cultura, senza reincarnazioni, sarebbe l’equivalente di un angelo custode che accompagna lungo la strada che conduce alla eterna felicità ultraterrena.

Ohatsu tenjin tsuyunoten shrine
Osaka Tempio Tsuyu no Tenjinja

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26 risposte

  1. Amici di Valigia ha detto:

    Non conoscevo assolutamente questa storia e l’esistenza del tempio! Bellissimi ❤❤❤

  2. Una storia super affascinante nelle sue duplici interpretazioni!

  3. Che storia triste ma vedo che in tutte le culture gli amori tragici vengono spesso rappresentati, forse perché abbiamo bisogno di amore <3

    • Lemurinviaggio ha detto:

      Gli amori più sofferti probabilmente sono quelli più rappresentativi nella raffigurazione dell’intensità del sentimento. Che si tratti di occidente , oriente , o altre culture , sono emozioni universali.

  4. Mariacarla ha detto:

    Bellissima questa storia d’amore. Ho avuto la fortuna di visitare questi luoghi due anni fa

  5. Silvia ha detto:

    Che bella storia! Bella quanto triste, una storia d’amore che a modo suo è anche uno specchio di molte situazioni reali. Grazie per questo bellissimo racconto ❤

  6. vagabondele ha detto:

    Chissà perché le storie d’amore più travagliate e tragiche sono sempre le più sentite e romantiche! Mi salvo il post nella speranza (che spero essere più rosea di quella che hai condiviso con noi) di poterci andare in tempi brevi!

  7. Bellissima storia giapponese, che poi, non me ne voglia Shakespeare, ma quando si tratta a suicidi il Giappone non si batte. Esiste proprio una cultura del suicidio impensabile per noi occidentali, basti pensare che vi hanno persino dedicato un tempio!

  8. Sono rimasto incantato dalla narrazione, e commosso dalla morte dei due giovani! Grazie per averci fatto conoscere questa storia e questo luogo magico!

  9. Che storia triste, mamma mia! Non conoscevo questa storia!

    • Lemurinviaggio ha detto:

      Purtroppo è molto triste , se non altro di positivo c’è che i due protagonisti vengano ancora ricordati anche ai nostri tempi. Oltre che attraverso alle rappresentazioni teatrali , anche da chi va al tempio a loro dedicato.

  10. Ester Cadoni ha detto:

    I vostri racconti mi piacciono proprio, e pure le storie seminascoste che riuscite a scovare. Questa è dolce e straziante al tempo stesso, infinitamente romantica, almeno in senso letterario 😉
    Ester

  11. Rivogliolabarbie ha detto:

    Non so perché, ma solo i giapponesi riescono a non farmi provare quella sensazione di immensa tristezza quando leggo queste storie. Che sia una tragedia non vi è alcun dubbio, ma credo che la presenza del tempio e degli spiriti guida renda il tutto meno triste (o almeno è la mia sensazione)

  12. cheza90 ha detto:

    Io adoro i Giapponesi ❤️ Proprio per le loro storie e leggende tragiche. Grazie per aver condiviso questa storia davvero interessante 😁

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