Prima della tempesta (annunciata) in Thailandia

Prenotare un viaggio implica un certo grado di azzardo, che è proporzionale a quanto in anticipo lo si fa, a quanto instabile sia l’area che si intende visitare, e tutto questo a prescindere da situazioni personali e famigliari.
Ma talvolta anche in mete reputate come relativamente tranquille, possono nel frattempo emergere sconquassi che modificano significativamente lo scenario poco prima del proprio arrivo, se non addirittura cogliere alla sprovvista sul posto.

Sconquassi che possono essere di di vario tipo. In qualche occasione ne abbiamo saggiato qualcuno anche noi, ad esempio legati a pseudodisastri naturali, come ci capitò in Svizzera, Islanda ed Inghilterra, oppure legati a virus in diffusione (e motivi sanitari in genere), come ci capitò soprattutto in Corea e in Giappone, o addirittura di derivazione politico/militare come ci accadde in quegli stessi due Paesi in un periodo in cui la Corea del Nord si dilettava a sfiorarli con azioni ostili.
Non ci siamo fatti mancare una Atene dei primissimi anni di Unione Europea , nel periodo in cui stavano per fermentare le prime manifestazioni contro l’austerity.
Insomma, di tutto un po’, ma quando arrivi in un Paese in cui tira aria di rivolta, voglia di colpo di Stato, il sapore è tutto particolare.
A noi è successo in Thailandia, in una fase che stava anticipando la burrasca.

Arrivammo nella primavera del 2010, in un periodo in cui il “Fronte Nazionale Unito per la Democrazia contro la Dittatura” (UDD), o più comunemente conosciuto come le “camicie rosse“, dispiegava una serie di imponenti proteste nei confronti del governo, chiedendone al primo ministro Abhisit Vejjajiva lo scioglimento, e l’indizione di elezioni anticipate.
Le manifestazioni erano inizialmente intese come pacifiche, ma l’aria era sempre più indispettita considerando che il governo al potere, censurava radio, Tv e siti web favorevoli alla causa dell’opposizione.

A Bangkok venimmo presi un pochino alla sprovvista al nostro avvicinamento all’hotel, quando per accedere, chiesero al nostro taxista di aprire il bagagliaio e mostrare che non contenesse una bomba, e passarono con attenzione nel sottoscocca del taxi una sorta di metal detector.
Da appena arrivato, se è la tua prima volta in un Paese, non hai l’immediata percezione di cosa sia normale prassi, e cosa sia insolito.
Come alloggio era ottimo. A riguardo del deteriorarsi della situazione, appendevano nelle aree comuni dei fogli stampati in inglese, informando la clientela dove era sconsigliato recarsi.
In quei giorni riuscimmo a visitare la città, il problema era distribuito a macchia di leopardo, pertanto aggirabile, si trattava di evitare per lo più alcune zone con assembramenti, tipo Lumphini park.
I templi ad esempio erano fuori dalle dispute, e oltre a quelli riuscimmo ad andare in altri luoghi di nostro interesse senza incappare in inderogabili rinunce.

Panorama Bangkok dal Lebua



Ciò che stava buttando benzina sul fuoco dei protestanti, era che appena il mese prima, la corte suprema aveva congelato i conti in banca del leader rosso, l’ex premier, Thaksin Shinawatra.
Questa ulteriore sanzione, dovuta al colpo di Stato militare risalente al 2006 (in cui lui aveva spodestato un candidato democraticamente eletto), si andava ad aggiungere alla già comminata interdizione dall’attività politica, al suo esilio, e alla messa al bando del suo partito di allora (PPP).
Chi di colpo di Stato ferisce, di colpo di Stato perisce!  :O
Il modo infatti in cui era stato rimosso dal potere, aveva seguito un iter analogo: ovvero con la forza, per mano dell’esercito, in quei frangenti però spinto dalla “Alleanza del popolo per la democrazia” (PAD) o più comunemente noti come “maglie gialle“.
Questi avevano organizzato proteste di massa, accusandolo di corruzione e abuso di potere, e si erano mobilitati paralizzando il Paese ed arrivando perfino ad occupare edifici governativi ed aeroporti.
Durante la nostra permanenza dunque, i gialli, oltre a contrapporsi alle insurrezioni dei rossi, supportavano l’establishment del momento.

Da straniero però non comprendi esattamente gli sviluppi di una situazione piuttosto intricata che cambia ogni giorno: noti il dispiegamento di militari, con presidi in alcune strade, in alcuni parchi, alle fermate del watertaxi, talvolta anche pesantemente armati; segui giornali e media, percependo le tensioni fra le varie fazioni: rossi, gialli e bianchi (sì, c’erano anche questi nel pentolone), ma non hai idea di quale piega (indipendentemente dal tipo di camicia!) prenderà la situazione.
Nel girare, la tua occidentalità può lasciar facilmente intuire la tua estraneità al sistema Thailandese, tuttavia questo, porta a riflettere su quanto anche il modo di vestirsi possa avere un potenziale rilievo in un Paese straniero.

Fuori dalla capitale le tensioni erano minori.
Sostanzialmente le cautele dell’epoca concernevano più che altro le perpetue schermaglie a sud con i musulmani, e le dispute territoriali ad est con la Cambogia; questioni che non ci riguardavano direttamente poichè eravamo intenzionati a visitare le regioni centrali della Thailandia e le montagne del nord, fino a spingerci al confine con la Birmania (all’epoca sotto regime militare), e a sconfinare in Laos.
In quelle aree, un tempo off-limits, c’era più che altro la preoccupazione riguardo a droghe e narcotraffico, ed i posti di blocco della polizia probabilmente erano intesi anche, e soprattutto, in quell’ottica.
Terre paradisiache che nella loro ruralità quasi non sembrano riguardare il kaos dei “piani alti”.
E questo contrasto mette nettamente in evidenza come le bellezze di una terra e di un popolo, rimangano tali a prescindere dalla situazione gestionale.

Thailandia

Tornando a quel che stava succedendo, la piega che avevamo visto prendere dunque era piuttosto spinosa. Le camicie rosse, erano in nutrito numero, potendo contare su una moltitudine affluita dalle campagne.
Una decina di migliaia di volontari in massa donarono il sangue, raccogliendo 300 litri in tutto, per poi mescolarlo a dell’anticoagulante; gettarono il tutto di fronte al parlamento, e il giorno successivo anche sulla soglia di casa del primo ministro.
Simbolicamente ciò rappresentava una sorta di maleficio, in quanto Vejjajiva sarebbe stato costretto a calpestarlo, trascinando su di sè la sventura, secondo la saiyasat, una sorta di magia nera locale.
Furono immagini eloquenti osservate anche da casa, poichè anche i notiziari in Italia seguivano la vicenda.
I tentativi di negoziato non stavano giungendo ad alcun compromesso e questo portò ad una escalation di scontri sempre più aspri tra protestanti e forze armate. Avemmo notizia anche di presunte esplosioni di granate.

Colpo di stato in Thailandia nel 2010 disordini a Bangkok



Si tratta di una nazione in cui colpi di Stato e contro-colpi di Stato, si susseguono a domino, (più o meno una ventina nell’arco di ottant’anni), la cui instabilità va a braccetto con una certa confusione politica: è il caso di ricordare che in aggiunta agli attori già descritti, ci sarebbero anche un re, come capo di Stato, re Rama la cui dinastia detiene ancora diversi poteri ed ha un certo peso nella telenovela politica, ed il ruolo degli esponenti del Buddhismo, la religione di Stato.

Come detto, pur mantenendo ovviamente un occhio costante sugli sviluppi della situazione, nella speranza si preservasse lo status quo, la nostra dimensione esplorativa non ne risentì in maniera particolare, ed il soggiorno fu piacevole e divertente.
Tuttavia il nostro ultimo giorno , quello del rientro, raggiungere l’aeroporto Suvarnabumi dall’interno di una città che stava iniziando a bloccarsi, fu caratterizzato da un quantitativo extra di sudata rispetto a quella di default dovuta al clima.
Giunti finalmente nelle strade nei paraggi dello scalo, rimanemmo fermi col taxi ad un doppio controllo in check point militari, con conseguente sospiro di sollievo ad ogni ripartenza. Chiaramente eravamo diretti in quello che rappresentava un obiettivo sensibile per gli insorgenti.
Proprio un anno e mezzo prima i PAD avevano sequestrato ed occupato l’aeroporto per oltre una settimana, in quella che chiamarono “operazione Hiroshima”: un convoglio di centinaia di militanti gialli bloccò i due estremi della strada di fronte al terminal. Ebbe facilmente la meglio contro la polizia in assetto antisommossa, ed impedì l’utilizzo della struttura con conseguente cancellazione di tutti i voli.
All’esercito erano state date disposizioni di ripristinare l’ordine, ma si rifiutò.
Gli occupanti pagavano civili per unirsi a loro in aeroporto, e offrivano cifre superiori a donne e bambini. Ognuno dei leader infatti si attorniava di centinaia di questi, come scudi umani.
In quella circostanza, l’assedio terminò quando la corte sciolse i partiti, rappresentando quindi la vittoria dei gialli.

soldati al confine della Thailandia

Una volta giunti in Italia ci tornarono più volte alla mente le parole di un tizio in cui ci eravamo imbattuti nella città vecchia a Bangkok.
Sulle prime eravamo diffidenti; data la zona della città in cui ci aveva fermati, pensavamo ci intedesse rifilare qualcosa scambiandoci per turisti abbocconi (dalle nostre parti si dice anche “boccaloni”). In realtà dopo qualche chiacchiera, finimmo per affrontare l’argomento “tumultuoso”.
Ci preannunciò che, al momento, la situazione era da considerarsi tranquilla (!), ma stava bollendo in pentola qualcosa di molto grosso. Secondo lui, visto ciò che stavano preparando, nel giro di qualche settimana al massimo, ci sarebbero stati subbugli peggiori.

Non si sbagliava! Poco dopo che lasciammo il Paese, a Bangkok dichiararono lo stato di emergenza, vietando assembramenti di più di cinque persone in città. Il mese successivo lo stato di emergenza si estese a 17 province. Alcune ambasciate nella zona chiusero per sicurezza.
Le forze armate avevano tentato in più occasioni di sopprimere con la forza quella che assumeva sempre più i connotati della guerriglia urbana, c’erano stati morti e feriti, ma ciò non era bastato ad indurre le controparti ad allentare.
Con il passare dei giorni, gli UDD numerosissimi, avevano eretto delle barricate nell’area commerciale di Ratchaprasong, creando di fatto un quartier generale fortificato, e potevano contare fra i simpatizzanti, anche su alcuni poliziotti che si erano uniti a loro.
Quella, era in pratica già guerra civile: era in corso un assedio con cecchini appostati nelle aree intorno. Erano aree interdette perfino ai mezzi di soccorso e dichiarate “live fire zone” ove a chiunque (giornalista, residente, turista, manifestante, ecc) avrebbero sparato a vista.
Contavano probabilmente di farli capitolare per isolamento, ma in quelle fasi non vennero mai accettati i reciproci ultimatum che erano stati lanciati.
Il culmine degli scontri armati si ebbe il 19 maggio, quando l’esercito irruppe con l’impiego di veicoli corazzati e indusse gli assediati alla resa.
Il bilancio, in quei due mesi, fu di oltre duemila feriti, di 80 civili e 6 militari morti. Fra i quali anche il fotografo Italiano Fabio Polenghi.

colpo di stato in thailandia 2010

Impressionante vedere la distruzione di poli commerciali come il CentralWorld e lo Zen, in cui solo un paio di mesi prima, gironzolavamo ovviamente ignari di che fine stessero per fare.
Oggi sono stati ricostruiti, e nel frattempo la città è pure migliorata in termini di infrastrutture, basti pensare che hanno attivato l’Airport Rail Link, una linea di treni che collega l’aeroporto principale alla città.
Noi non vediamo l’ora di ritornare in Thailandia, sia per le tantissime bellezze che questo Paese ha da offrire e che ancora non abbiamo visitato, sia per vedere come nel frattempo si sono evolute le cose.
In una nazione che comunque può vantare un indipendenza immacolata, poichè a differenza di tutti gli altri dell’area, non è MAI stata colonizzata da nessuno!
Il suo vero nemico, forse… è sè stessa.

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16 Risposte

  1. Marika ha detto:

    Direi scampata per un pelo. Purtroppo ci sono diversi paesi che pur essendo dei paradisi hanno dei grandi problemi socio politici che poi fanno scatenare sempre l’ira di qualcuno ed a rimetterci è sempre la povera gente. La Thailandia comunque è un luogo meraviglioso.

  2. E’ capitato anche a me proprio a Bankog. Per fortuna niente di tragico, ma non abbiamo potuto visitare alcuni templi che erano luoghi non troppo sicuri. A volte viaggiando in certi paesi si deve mettere in conto che si possono incontrare anche queste difficoltà

  3. Non mi sono mai trovata in una situazione del genere, e in realtà spero di non trovarmici mai. Il tuo racconto però è stato davvero molto interessante e in fondo viaggiare è anche questo:conoscere una cultura, anche sul piano politico e religioso, e captarne la reale essenza anche nei momenti più negativi della sua storia. Sono felice che siate scampati alla “tempesta” ma potete comunque essere lieti di aver potuto vivere il paese non solo nella sua veste meravigliosa, ma anche nella sua fragilità.

    • Lemurinviaggio ha detto:

      Grazie Silvia! Sì, è anche questo “vivere” un Paese, in ogni suo lato, anche in aspetti politici e religiosi, in quelli facili e quelli difficili, in positivi e non …
      Per noi è stata proprio una bella esperienza, che in un certo senso consideriamo persino “formativa” , perché divertendoci ci ha portato comunque a dover gestire una situazione che in qualsiasi momento poteva prendere una piega inaspettata.

  4. Luca ha detto:

    Rischi del genere li affronteresti cmq xun viaggio del genere. A volte questi problemi li fanno passare anche sottotraccia o addirittura li nascondono, il turismo da da mangiare a molte persone e queste destabilizzazione non giovano al popolo. Sono stato alle Maldive 3 mesi e 1/2 e hanno lo stesso rischio della Thailandia. È in Thailandia ci andrei domattina

    • Lemurinviaggio ha detto:

      Abbiamo saputo che proprio alle Maldive all’inizio di questo mese ci sono stati diversi disordini , fino all’entrata in vigore della legge marziale. Le ho visitate tantissimi anni fa, ed a prescindere dalle contese governative, paesaggisticamente rimangono un vero e proprio paradiso.

  5. Giorgia Garino ha detto:

    Purtroppo ci sono luoghi nel mondo dove può accadere qualcosa in qualsiasi momento…poi io credo anche tanto nel destino…Diciamo che alcune cose possono capitare ovunque (soprattutto di questi tempi, sigh!), altre penso invece che si vadano a cercare… Interessantissimo articolo, come sempre!

    • Lemurinviaggio ha detto:

      Oramai certe cose possono davvero accadere ovunque senza preavviso! Non esistono luoghi totalmente immuni. Tolta l’aleatorietà di certi eventi , che possono paradossalmente pure accadere anche rimanendo dove si è , ci sono territori dove l’azzardarsi o meno se andare, consapevoli di certi potenziali rischi, dipendono in larga misura da quanto si ritiene di poter gestire la situazione una volta sul posto.
      Grazie mille per i complimenti Giorgia, ci fanno piacerissimo! 🙂

  6. Quando si viaggia all’estero è bene informarsi sulla situazione politica ma può capitare che ci siano sviluppi inaspettati. Per fortuna a vi è andato tutto bene

  7. Falupe ha detto:

    Quando visitammo la Tailandia la situazione era tranquilla pur avendo registrato il Paese squilibri politici. Cerco sempre di evitare possibili situazioni di rischio ma certe volte è inevitabile. Ti ci trovi. Come la peste in Madagascar, rivelatasi poi una mezza bufala.

    • Lemurinviaggio ha detto:

      In aree dove l’instabilità è palese, e si ha sentore che la gestione di un viaggio possa andare ben oltre le proprie possibilità, è sicuramente meglio rimandare viaggi di piacere. Della peste in Madagascar avevamo sentito dire, ma pensavamo fosse solo in aree remote.

  8. Lucia ha detto:

    Purtroppo oggi come oggi non si è mai sicuri da nessuna parte. Io di solito cerco di non scegliere mete a rischio, non so come reagirei se mi ritrovassi nella vostra situazione…

    • Lemurinviaggio ha detto:

      Oramai no, nessuno è completamente immune da rischi. In alcuni posti li si possono prevedere prima di un’eventuale partenza, in altri la situazione può sembrare inizialmente calma ma poi le cose cambiano all’improvviso.
      In Thailandia abbiamo fatto praticamente quasi tutto ciò che era di nostro interesse, ma in contesti peggiori, le possibili scelte si riducono drasticamente: o rimani chiuso lì, o cambi programmi e ti sposti lontano.

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