Stellata beduina (parte 1 di 2)

Alle primissime ore del mattino arriva un mediorientale nella hall dell’hotel, non ci parla né dà spiegazioni, raccoglie alcuni di noi, come fossimo un cargo da trasportare, ci fa cenno di andare.
A bordo del furgoncino facciamo battute fra di noi, visti i modi e la faccia del tizio, se siamo sicuri che questo sia davvero chi crediamo, e non ci sia invece venuto a sequestrare.

È stato un po’ brusco e sbrigativo, e ora, ancora un po’ intontiti, ci sta portando in zone sempre più isolate, addentrandoci nel deserto. Finalmente arriviamo in un capannone sperduto dove ci attendono altri.
Intanto che vengono allineati i quad, riceviamo qualche divieto su cosa non fare durante il tragitto, e sembrano anche in questo frangente piuttosto seri.
Agghindiamo le kefiah in modo da non inalare troppo Sahara, indossiamo gli occhiali per riuscire a vedere qualcosa, e il convoglio parte.

Già dallo start ci filmano con una telecamera, ma siamo un po tutti in fase di famigliarizzazione con le reazioni di acceleratore, freno, sterzata e tenuta del quad.
All’inizio è abbastanza faticoso da guidare perché è assai pesante (da 2) e su sabbia ha la tendenza a seguire delle leggere derive,  finendo anche ogni tanto per rifilarti qualche sconquasso che ti cambia assetto.
È  comunque un’avventura molto divertente perché sembra di stare in Parigi-Dakar, non solo per la frullata e il baccano del veicolo, ma anche per la megacolonna di “vapore sabbifero” che ciascuno solleva. Ognuno quindi, non rimanendo in scia a chi lo precede, ma tenendosi distanziato e leggermente spostato di lato, contribuisce a creare una sorta di fila diagonale.

Ci stiamo dirigendo verso un villaggio beduino, e siamo talvolta affiancati da una moto da cross cavalcata da un duo a cui mancherebbe solo un kalashnikoff. Quello dietro impugna una telecamera e continua a filmarci mentre ci accingiamo a correggere peso, contrastare buche, schivare pietre, guadagnare un po’ di visuale spostandosi ulteriormente di lato rispetto a chi ci precede.

Ci sono dei Russi nel gruppo che presi dall’esaltazione, un paio di volte contravvengono alle regole tra sorpassi e uscite di traiettoria, inducendo i due in moto ad accellerare, raggiungerli incazzatissimi, e redarguirli, per aver sorpassato. Non li hanno giustiziati, ma in qualche modo tra le imprecazioni sono sicuro si sono fatti capire.

Sosta di fronte a una duna molto grossa, sia per riposare noi che per far raffreddare i bolidi. È il momento di una piccola scalata a piedi con successiva corsa liberatoria in discesa, appesantendo di qualche kg le scarpe che si riempiono di sabbia.
Si torna alla guida per qualche altro km fino ad arrivare al villaggio.

Riceviamo il benvenuto in un grande tendone, dove siamo tutti seduti in cerchio alla loro maniera, e vista oramai l’ora di pranzo, si mangia.
Nel pomeriggio visitiamo il villaggio, vediamo il grande pozzo scavato da cui raccolgono l’acqua, motivo per cui si trovano esattamente in quella posizione del deserto, in quanto nomadi.
Lo hanno individuato grazie alla presenza di un albero. Di UN UNICO albero, perché infatti in tutto il tragitto non ne abbiamo mai visto un altro.

Ci mostrano anche come cucinano una sorta di piadina, il cui fuoco viene in quelle zone ottenuto dalla combustione di escrementi animali. Il vapore contribuisce (involonatriamente o meno) ad avvolgere la piada, ma vista la barriera linguistica non riusciamo a far intendere loro che “Two gust is mej che one”. È forse più facile farsi intendere da una piccola bimba che timida ma curiosa si avvolge alla gamba dell’unica occidentale che già conosce, dato che una volta a settimana va da loro.
Nel tardo pomeriggio si cavalcano i cammelli, che ci portano in giro a suon di sberle in faccia (poverini!) ogni tanto rifilate dal beduino che li affianca a piedi per farli andare in giro. Yalla!
La sequenza di discesa dall’animale, se sei cammelliere maschio non va presa sottogamba, o puoi farti male inmezzoallegambe.

[Per leggere la seconda parte, clicca qui  ]

 

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2 Risposte

  1. giugno 14, 2016

    […] [Per leggere la prima parte, clicca qui.] […]

  2. giugno 12, 2017

    […] [Per leggere la prima parte, clicca qui.] […]

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