Spinalonga , l’Isola dei Morti Viventi

Uno dei motivi principali che ci ha attratti a Creta, è un agglomerato di terra e sassi che non raggiunge il km quadrato di superficie, poco distante dalla costa di Agios Nikolaos.
Un’isoletta oggi abbandonata, e ai tempi probabilmente ripudiata, evitata, e forse al momento di scrutare l’orizzonte, perfino ignorata.
E pensare che oggi Spinalonga, se osservata dalla terra ferma (definendo tale, per un momento Creta), ha un fascino incredibile, amplificato da un passato travagliato.

Appare come una minuscola isola-fortezza sul mare, che per certi versi può ricordare una specie di Alcatraz in rovina, ma per molti altri rivela invece una sorprendente voglia di sopravvivenza in chi vi veniva scaricato a morire, colpevole solo di avere una malattia incurabile che spaventa.

Ci hanno detto che durante l’estate è sovraffollata di turisti, ed in effetti, molti dei tour in barca che vengono organizzati quotidianamente in alta stagione, fa sosta anche lì.
Noi abbiamo avuto però la possibilità di visitarla semideserta, potendo così carpirne meglio l’anima e riuscendo a gironzolare in tranquillità fra le sue rovine, al punto da concederci il lusso di “smarrirci” in aree non battute, e di insinuarci in altre apparentemente non ancora predisposte alla stagione in arrivo.





Da Plaka abbiamo preso una barchetta che ogni mezz’ora circa fa la spola con Kalydon , così la chiamano in Greco. In pochi minuti, nell’avvicinarla, l’abbiamo vista sempre più ingrandirsi e rivelarsi nei suoi particolari, muri, finestrelle, vicoletti, alberi, rocce… per poi attraccare, e con tanta eccitazione iniziare l’esplorazione al suo interno.
Fu fortificata nel XVI secolo dai Veneziani, così da garantirsi un controllo strategico delle rotte marittime dell’area; questa resistette come ultimo territorio posseduto (e rifugio per i Cristiani) prima che Creta venisse completamente occupata dagli Ottomani.
Rimase poi sotto i Turchi per quasi due secoli, fin quando con l’approssimarsi della liberazione, vennero mandati via, e a partire dal 30 maggio 1903 iniziò ad essere utilizzata come lazzaretto.
Quelli che all’epoca già esistevano ai margini delle città in espansione, risultavano sempre più scomodi e sgraditi, al punto che i lebbrosi (all’epoca incurabili) progressivamente iniziarono a venire esiliati lì da varie parti della Grecia, compresi quelli che vivevano in grotte isolati dalla civiltà.

Si tratta di una malattia che ha sempre terrorizzato tutti, sia perchè il suo contagio era misterioso, sia perchè in stadi avanzati arrivava a deformare vistosamente arti e volto, rendendo il malato, oltre che incurabile, pure un mostro.
Dinamiche del genere, inaspettate e sconosciute, portavano ad equiparare questa malattia ad una sorta di castigo Divino per i peccati commessi da chi ne veniva colpito.

Spinalonga , il tunnel

Abbiamo iniziato il giro varcando un tunnel, soprannominato “Dante’s gate“, che compiuta una leggera curva, sfocia in quella che era la via principale.
Solo alcuni edifici sono stati ristrutturati, per il resto rimangono ruderi e rovine; ci sono aree sbarrate poichè non messe in sicurezza, ed altre un po’ ripide e trascurate, ma se si hanno buone scarpe e buone gambe, percorribili.

Un luogo simile, come immaginabile, rappresentava una sorta di anticamera per la morte; ma quel che inizialmente era costituito solo da un cimitero e qualche casa diroccata, nonostante gli esigui sussidi mensili (50 dracme con cui commerciare), ha successivamente iniziato ad evolversi, cercando di assumere condizioni più civili, ed ha sviluppato al suo interno una società parallela.
Una società che negli anni si è restaurata case, si è costruita chiese, taverne, negozi che rivendevano qualche surplus, una lavanderia comune, un barbiere, un forno, una biblioteca dove vi si pubblicava un giornale locale.
Una società in cui ci si sposava, si avevano figli, si indicevano elezioni, e che arrivò a toccare i duecento abitanti.
A Spinalonga ottennero un generatore elettrico, perfino prima di molti villaggi di Creta, riuscendo così a distribuire corrente elettrica in ogni edificio, e col tempo, arrivare ad affittare un proiettore, ed allestire una sala da ballo.
È sopravvivenza! Avevano voglia di vivere, non certo di rimanere inermi ad attendere la fine dei loro giorni.
Nonostante il lacerante dolore fisico, le progressive invalidità, e la consapevolezza della propria condanna, gli abitanti lottarono ugualmente per migliorare, quanto possibile, la qualità di vita all’interno della loro comunità, in cui si prendevano cura gli uni degli altri.

Spinalonga , vista sul mare



Con gli anni, il “mondo dei vivi”, oltre ad alcuni edifici più confortevoli, costruì loro un laboratorio ospedaliero, inviando regolarmente personale medico e infermieristico, che faceva quotidianamente avanti e indietro, disinfettandosi ogni volta, come procedura.
Non si poteva fare nulla, ci si illudeva di alleviare i sintomi, e se ne studiavano i casi, nella speranza di trovare una cura.
I medici e i ricercatori , che all’epoca studiavano la malattia, si incontravano regolarmente, scambiando informazioni, ma facendo pochi progressi. Si tratta di un bacillo “pigro”, difficilissimo da coltivare in vitro, considerando che per una duplicazione impiega circa due settimane. Estrema lentezza che si ripercuote anche per quanto riguarda la manifestazione dei sintomi, dato che compaiono dopo diversi anni di incubazione.
Si riuscì a provare l’efficacia della cura solamente negli anni ’50, e questo fu la svolta nel destino di Spinalonga e dei suoi abitanti.

Dall’alto delle tecnologie mediche e conoscitive odierne, potrebbe risultare facile criticare le scelte di chi allora, nell’impotenza risolutiva, non poteva che limitarsi ad isolare potenziali vettori della patologia.
Ancora oggi, nel caso di malattie ignote, sebbene con il supporto di modalità logistiche diverse, si ricorre a quarantena: se non conosci le modalità di trasmissione, nè sei in grado di curarla, sei costretto a prolungare la quarantena a tempo indeterminato fintanto che non verranno trovate risposte e soluzioni, così da evitare per lo meno pandemie.
Oggi sappiamo che è assai difficile che il morbo di Hansen (la sua nomenclatura clinica) riesca ad attecchire, si stima che il 95% della popolazione ne sia geneticamente immune. Paradossalmente esistevano perciò, assai meno probabilità di subire contagi allora, stando per tempi prolungati in una stanza in compagnia degli “indesiderati”, piuttosto che trovarsi oggi in una di sani, dove ne basta uno solo con la tubercolosi che starnutendo la trasmette.

Un prete (non malato), fece proprio quella scelta: decise di svolgere il suo mandato a Spinalonga, fra gli impuri.
E fu anche l’ultimo a lasciarla…
In seguito alla scoperta della cura, gli abitanti gradualmente lasciarono il lazzaretto. Toccò anche coloro che avrebbero preferito continuare a rimanere lì, in quell’isola senza specchi.
Il prete rimase per un dovere ben preciso: i cristiani ortodossi infatti, commemorano l’anima di un defunto a intervalli di 40 giorni, 6 mesi, 1 anno, 3 anni e 5 anni.
Era il 1957, e fra gli ultimissimi malati che erano rimasti, ce ne fu uno che morì proprio pochi mesi prima che l’isola terminasse la funzione che per mezzo secolo aveva ricoperto. Il religioso dunque, vi risiedette in solitaria sino al 1962.
L’essere in quei momenti quasi in completa solitudine come lui, ci ha portato a notare piccoli dettagli, scovare certe particolarità, e visualizzare quella che poteva essere la quotidianità di questa società circoscritta ad un mondo grande tanto quanto un fazzoletto di terra. Quando sei da solo, la natura riesce a parlarti meglio.

Prendendo la barchetta per ritornare a Plaka il percorso è a ritroso: si transita dal mondo dei morti a quello dei vivi, e l’effetto è completamente differente.
Il cambio di “dimensione” è duplice.
Metaforico: nel passaggio da una sorta di limbo galleggiante, ad un piano terreno. Ed anche visivo: l’isola si rimpicciolisce, nascondendo piano piano i suoi dettagli.
Ma osservandola anche da lunga distanza, ora, siamo in grado di riconoscerne con precisione (prima che gradualmente svaniscano) le fattezze, ognuno degli edifici, persino le singole finestre, di ciò che nelle ore precedenti avevamo visto da vicino.
La famigliarità di un luogo che ci ha ospitato per qualche ora delle nostre vite, ci lascia un sentimento inatteso. Se in avvicinamento già dalla barca lo esploravamo con gli occhi , sentendo aumentare proporzionalmente la voglia di farlo fisicamente non appena avessimo toccato terra … ora allontanandoci è come se vedessimo un amico che ci sta salutando, dopo averci accolto e raccontato la sua storia.

Potrebbero interessarti anche...

14 Risposte

  1. Alessia ha detto:

    Può sembrare dura la sorte dei lazzeretti ma in effetti in molti casi può risultare come unica legittima difesa davanti a qualcosa di sconosciuto e potenzialmente mortale. Trovo incredibile la voglia di vivere dei malati di questa isoletta, il loro coraggioso non arrendersi, la loro forza. Una storia bellissima.

    • Lemurinviaggio ha detto:

      È una cosa che ha stupito anche noi. Nonostante la condanna all’incurabilità , ad esilio e morte , hanno saputo trasformare ed organizzare come potevano la loro società. Per quanto quell’isoletta possa sembrare piccola e inospitale e per quanto invece veniva accudita da chi la abitava. 🙂

  2. Marika ha detto:

    Sempre bello vedere posti meravigliosi con annesso un racconto dei vostri. Dovreste scrivere una guida: Visitare luoghi misteriosi 🙂

  3. Post davvero interessante, non conoscevo proprio quest’isoletta dal triste passato

  4. Una storia un po’ triste e interessante! Un pezzetto di terra destinata a chi purtroppo doveva essere allontanato per sicurezza dall’isola principale! Non conoscevo questo posto è stato come una passeggiata virtuale😉

    • Lemurinviaggio ha detto:

      Purtroppo era un allontamento inevitabile, soprattutto visti i mezzi dell’epoca. A proposito di passeggiata, quando siamo andati noi non c’era quasi nessuno e ce la siamo girata in ogni angolo, ma abbiamo notato che alcuni visitatori non la esploravano, si limitavano solo a camminare rapidamente guardandosi a malapena intorno.

  5. Chiara Pancaldi ha detto:

    Questa storia è allo stesso tempo affascinante ed inquietante! Non avevo mai sentito parlare di questa isoletta, ma aggiungo un altro piccolo tassello alla Grecia, che devo ancora esplorare completamente!

    • Lemurinviaggio ha detto:

      A Creta ci siamo stati una settimana ed è volata! Per finire di esplorarla ci piacerebbe trascorrerne un’altra …. e poi un’altra ancora…. e così via! 😉 L’isoletta di Spinalonga era proprio uno di quei posti che ci premeva maggiormente visitare

  6. Happilyontheroad ha detto:

    Mamma mia che storia questa isola! Ci fate sempre delle storie davvero interessanti e piacevoli da leggere 🙂

  7. A leggere il vostro articolo mi è venuta la pelle d’oca. Non conoscevo nè l’isola nè la storia, ma il modo in cui l’avete raccontata è davvero toccante. E super interessante. Grazie per il bellissimo articolo!

Che ne pensi ?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: