Dal pulpito del Preikestolen

È difficile raccontare qualcosa che si è visto e vissuto mentre ci si trovava in condizioni non ottimali… e la mancanza di ossigeno al cervello, è decisamente una di quelle!
Non abbiamo scalato il K2, o chissà quale epica altura, ma la stanchezza e il fiatone di quella piccola “impresa” in Norvegia, rendono un po’ più arduo il racconto delle ore trascorse al Preikestolen.

Per raggiungere il “pulpito di roccia”, ci si avventura in un sentiero che parte da 270 s.l.m. e risale in circa 4 km sino ai 604, per un’escursione che mediamente impegna intorno alle 3 o 4 ore. Ci sono alcuni punti piuttosto ripidi, dove c’è da aggrapparsi a qualche sasso in scalata; pare comunque siano previsti lavori periodici a miglioramento del percorso.

Trekking per raggiungere il Preikestolen

Ma chi me l’ha fatto fare ?

Di primo acchito, quando prima di una partenza ci si lascia prendere da una sognante fase di esaltazione, per qualche momento è tutto strafacile, manco si fosse sovrumani: non serve dormire, non serve mangiare, mi teletrasporto da un punto all’altro, mi arrangio, se ci sono casini poi vedo lì, non mi stanco mai, non mi serve niente, e soprattutto, FACCIO TUTTO.
È l’entusiasmo a portarsi dietro una certa sopravvalutazione.
Scherzi a parte e piedi a terra, anche in fase di pianificazione, su carta, è comunque probabile che le distanze possano sembrare più corte, i tempi più brevi, e le difficoltà minori. In tali evenienze, può capitare poi sul posto di dover riadattare la mira di fronte a qualche inconveniente, o a un accumulo di fattori che si aveva sottostimato… se non addirittura, bellamente ignorato.

Ecco come al Preikestolen, con la lingua sotto le suole, mi sono ritrovato a domandarmi chi me lo avesse fatto fare; circostanza in cui ho mandato personalmente a quel paese il me stesso del passato.
Di norma, tuttavia, la lucidità non mi evapora con altri liquidi, e sono dunque ben consapevole che, se tra la teoria e l’attuazione ci si deve scontrare poi con gli umani limiti, e con eventuali incognite impreviste, questo fa parte del gioco. Mica ci si vorrà esclusivamente sollazzare in una paradisiaca spiaggia esotica, in compagnia di un dissetante cocktail ghiacciato, da sorseggiare mentre ci si lascia accarezzare la pelle da una piacevole brezza e ci si abbandona al rilassante suono del rifrangersi ritmico delle onde? Ci vuole un po’ di salubre, ma cosa dico salubre, sanissimo, masochismo!

Sono a migliaia ogni anno a scegliere il Preikestolen come scenario di “autoafflizione”, forse anche perchè i panorami e la natura che lo costituiscono sono ancor più mozzafiato di quanto non sia lo sforzo richiesto a percorrerli! Ci uniamo infatti al novero di coloro che sostengono che “ne vale la pena”.
Nei primissimi metri di percorso, un orologio dimenticato a terra da qualcuno, sembrava quasi volerci dissuadere. Ma ci vuole ben altro a scoraggiarci! Nemmeno imbattersi in ossa e teschi di sventurati che “osarono”, avrebbe potuto attecchire come monito alla prosecuzione!
Domandandoci se al ritorno lo avremmo rivisto, ci siamo allora incamminati, scodinzolanti, lungo il sentiero.

Siamo arrivati ?

“Siamo arrivati, forse siamo arrivati” … la ventesima volta.

Ok, ci siamo scoraggiati un pochino: si compiva l’eNNesimo assassinio della speranza di essere giunti vicini alla meta. Ciò avveniva a cospetto dell’eNNesimo spazio che, aprendosi davanti, mostrava implacabilmente che no, diversamente da come si pensava, non eravamo arrivati.
La pazienza era oramai completamente erosa dalla delusione, ci si prospettava l’eNNesima richiesta dell’eNNesimo sforzo extra, progressivamente sempre meno alleviabile dall’autorivolgimento di una fallace promessa.
Preso da un disilluso sconforto, ho esternato un: SIAMO ARRIVATI STO GRAN C… (alludendo all’Italica altura montuosa). Il mio proclama deve aver tuonato in tutto il fiordo, dato che a distanza, proprio nel frangente successivo, dal tratto visibile, facevano comparsa in discesa, degli Italiani, ridacchianti alla novella.
Un breve scambio di battute con fiatone incorporato fra connazionali, dopodichè il copione riprende: si inventaria nuovamente la benzina residua e si ri-ri-ri-ri-riparte in scarpinata, inspirando a pieni polmoni l’appagante aria norvegese, verso la agognata meta.

Il Pulpit rock (circa 25x25m), si è formato 10mila anni fa. Secondo i geologi è previsto che il plateau cada giù, ma non in tempi brevi. Pare quindi ci si possa godere quel terrazzone naturale ancora a lungo; tuttavia, memori dei trascorsi dell’Azure Window di Malta, suggeriamo di farlo più prima che poi.
Si pensa che il nome, il cui significato è pulpito di roccia (o anche pulpito del predicatore), possa aver avuto origine, o dalla sua forma, o dalla possibilità che in antichità fosse luogo di sacrificio.

in cima al Preikestolen pulpit rock

Da troppa, a poca fiducia

In cima non mi fidavo. Dopo un prolungato utilizzo dei muscoli delle gambe, temevo la stanchezza potesse senza preavviso farmene cedere una; e a pochi passi dal salto… è poco auspicabile  che anche uno solo di questi, sia falso.

Quando sei esausto non hai lo stesso equilibrio. L’affaticamento inoltre gioca anche qualche colpo più subdolo nel fare valutazioni, di distanza, di altezza, di consistenza, di fattibilità di un movimento… Sedersi sullo sperone di roccia, gambe nel vuoto, se si avverte quella specie di ubriachezza da stanchezza, dunque non è una buona idea.
Chi soffre di vertigini non si porrà nemmeno il problema, evitando istintivamente di avvicinarsi a punti troppo vicini allo strapiombo, salvo in quel paio di brevi passaggi obbligati un pochino esposti all’altitudine.
Cadere nel vuoto comunque non terrorizza tutti, c’è chi ci va a fare appositamente quello!
Dotati di tute alari alcuni temerari base jumpers si librano in volo di fronte allo splendido panorama del Lysefjord.
(Impresa ancor più temeraria, se si aggiunge il trasporto in cima di tutto l’equipaggiamento).

C’è anche chi ci è andato spinto da ben altri stati d’animo.
Nel 2000, una ragazza austriaca e un ragazzo norvegese, vi si buttarono intenzionalmente. Lui aveva in precedenza pubblicato un messaggio su internet dove esternava i propri intenti suicidi, offrendosi di pagare ogni spesa a chi avesse voluto unirsi a lui. Tra le varie risposte perlopiù ironiche di chi non aveva preso sul serio l’appello, ci fu quella, purtroppo seria, della ragazza che ha poi concluso in sua compagnia la propria esistenza.
Era febbraio, stagione inadatta ad escursioni del genere; raggiunsero in taxi il sentiero di partenza; ciò che fece  destare sospetti fu la segnalazione di una tenda rimasta vuota.
Il Fato è beffardo nel decidere chi portarsi via e chi no: non sono solo quei pochi centimetri di distanza di fronte agli occhi a sancire il confine fisico tra la vita e la morte, alle volte può essere qualche (provvidenziale) momento di titubanza in più, a determinare la tua sorte.
Anche una 19enne norvegese si era infatti decisa a contattarlo privatamente, chiedendo di poter aderire a quel patto suicida, ma il ragazzo, rammaricato, le aveva risposto che aveva appena preso impegni con una ragazza austriaca, con la quale aveva concordato di farlo solo loro due insieme.
Nel 2004 una giovane coppia tedesca aveva intenzioni simili, ma fu subito fermata al molo di Kristiansand, su segnalazione alle autorità da parte delle famiglie insospettite. I giovani ammisero i propri intenti e furono successivamente affidati a personale sanitario in Germania.
Nel 2013 un turista 26enne spagnolo cadde, si pensa accidentalmente, ma successive indagini su lettere che aveva lasciato a casa, hanno fatto ritenere possa essersi trattato di un gesto pianificato.

Sporgersi per guardare verso il basso al Preikestolen o Pulpit Rock

Non è finita finchè non arrivi in fondo

Se nella salita ha prevalso il dispendio di energie nel fare leva sulle gambe che indebolite non ritenevo più così tanto affidabili nel reggermi, la discesa ha richiesto particolare attenzione nel mantenere l’equilibrio.
Il fatto che la forza di gravità, invece di contrastare, coadiuvi, con la sua spinta, induce a utilizzare le energie prevalentemente nel contenere il proprio peso in discesa per evitare di prendere velocità su ghiaia, sassi, rocce e superfici instabili.

Giunti oramai alla fine, un piccolo scivolone da stanchezza, mi ha bruscamente redarguito a mantenere la concentrazione su ciò che stavo facendo.
La mente, a sua volta viaggiava. I ricordi stavano andando alla discesa di anni prima dal monte Misen, nell’isola sacra di Miyajima, per le tante analogie: giornata che volge alla fine… situazione in cui anche se hai poche risorse, ti devi arrangiare e sveltire… dubbi sull’avere ancora o meno gente dietro, a monte…

(Se come noi, ve lo eravate domandato, al ritorno l’orologio non c’era più).

In fondo

Al parcheggio avevamo notato una bellissima auto sportiva a noleggio, piuttosto costosina, di una coppia orientale che, considerando l’ora, come noi doveva essersela presa comoda in cima al Preikestolen.
Il tizio, presumibilmente a riflessi azzerati, poco dopo averla messa in moto, ha eseguito una improvvisa manovra tanto drastica quanto irrazionale, sbattendo in maniera plateale contro una struttura fissa.
Non si trattava di una “toccatina” da veicolo con il quale hai poca confidenza, ma di una botta considerevole, un errore di valutazione macroscopico. La stanchezza colpisce più duro non appena abbassi un attimo la guardia; ed in quel caso anche l’orgoglio, visto che non sono nemmeno scesi a verificare l’entità del danno.

Posso comunque capire benissimo quella sorta di blackout, di quando, dopo ore, puoi finalmente lasciarti andare.
Al volante, nel ritornare a Stavanger, alla prima occasione di sosta, ad auto ferma in attesa di imbarcarci sul traghetto, mi sono completamente “svaccato” adibendo il sedile della macchina a branda.

Preikestolen

Chi me lo farà rifare ?

La soddisfazione è massiccia, i ricordi (compresi quelli “annebbiati”) forse non saranno epici quanto quelli di re Ragnar, che proprio dal pulpito di roccia del Preikestolen conclude, scrutando l’orizzonte, una stagione della serie “Vikings”; non saranno nemmeno adrenalinici come quelli di Tom Cruise che vi si appende in Mission Impossible Fallout, ma ci piace definirli altissimi, purissimi e lemurissimi.
Con una buona forma fisica, calzature e vestiario idonei, premunendosi di acqua e del necessario, è un’escursione ancor più godibile.
Per quanto ci riguarda, valgono i soliti tanti buoni propositi di mettersi in forma… e la potenziale brontolata del “chi me l’ha fatto fare ?“, casella di consueto transito, per poi ricominciare un altro giro… 😀

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4 risposte

  1. Falupe ha detto:

    Siete stati bravi a non gettare la spugna e raggiungere il traguardo. Un’avventura simile l’ho vissuta anche io nello Sri Lanka sull’Adam’s Peak. Vista annebbiata e gambe tremanti dalla fatica. È bello ricordare l’impresa compiuta

  2. sandra ha detto:

    Beh complimenti! Io non so se sarei arrivata in cima… quando siamo andati in Norvegia abbiamo scelto la zona più a nord dei fiordi… questioni di tempo obbligano sempre a fare scelte e ho sempre rimpianto di non esserci andata comunque.

  3. Valentina Regazzi ha detto:

    Dev’essere stata una salita veramente dura ma immagino la soddisfazione di riuscire ad arrivare fin lassù e ritrovarsi di fronte a quel panorama! Ti confesso che nemmeno io avrei avuto il coraggio di sedermi

  4. Carlotta ha detto:

    Wow! Il Preikestolen è uno dei miei sogni! Bravissimi voi a non mollare!

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